Dalla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione obiettivo salute dove va la sanità pugliese? Gli interventi

Sul tema, un interessante e partecipato confronto, promosso dall’Agenzia Giornalistica Corsivo2.0, si è svolto a Bari il 16 novembre 2017. Hanno partecipato il dott. Ettore Attolini dell’ARESS Puglia e la dott.ssa Rosa Porfido del distretto sociosanitario di Bari.

L’assemblea ha affidato alla redazione dell’Agenzia la predisposizione di una nota da inviare al Presidente della giunta regionale, affinché sui temi della salute si favorisca il più ampio dibattito per una verifica puntuale dei risultati dell’azione del governo regionale pugliese nel settore.

Per offrire elementi di confronto si pubblicano alcuni interventi,  ai quali ne seguiranno altri, oltre alla pubblicazione nei prossimi giorni del documento conclusivo che sarà trasmesso al Presidente Michele Emiliano.

Giusi Servodio

INTERVENTO DEL DOTT. LUIGI CAMPANALE

L’Agenzia giornalistica Corsivo 2.0, ancora una volta, ci invita ad approfondire, a confrontarci, a condividere proposte su una tematica di particolare interesse per l’intera comunità pugliese.

Il titolo dato all’incontro – credo ne conveniamo tutti – è particolarmente impegnativo.

Dalla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione OBIETTIVO SALUTE dove va la sanità pugliese” e, lo dico con una buona dose di grande simpatia per Giusy e per i suoi collaboratori, nel caso ci fossimo distratti, sono stati appostati ben tre punti interrogativi!

Dove va la sanità pugliese è certamente la prima domanda da tenere sullo sfondo delle nostre riflessioni.

Ma perché promuovere un nuovo incontro, di fatto sullo stesso tema, a distanza di poco più di un anno, anche se, in quella occasione, alla domanda “dove va la sanità pugliese” era stato appostato un solo punto interrogativo e non tre, come in questa circostanza?

Scherzi ed ironia a parte, non possiamo non prendere atto che, evidentemente, il tempo trascorso da quell’incontro (il 16 giugno dello scorso anno) non ha fugato dubbi e perplessità tanto che, ancora oggi, il sentimento diffuso dei cittadini, delle comunità territoriali, degli operatori del sistema e degli attori sociali è quello di un piano di riordino sbagliato e di una “sanità malata”, come titolava solo pochi giorni fa la Gazzetta del Mezzogiorno, riportando la notizia della mobilitazione dei medici di medicina generale.

Credo legittimo chiedersi – ed è una domanda che pongo anche all’attenzione dei nostri autorevoli interlocutori – come mai la comunità pugliese non coglie appieno gli sforzi di innovazione, di efficacia e di miglioramento complessivo del “sistema salute” e, per contro, ogni processo di “razionalizzazione” in materia di salute (ed in particolar modo in materia sanitaria) viene diffusamente e trasversalmente percepito come una azione di “privazione, di impoverimento” dei presidi di salute territoriali?

E’ solo perché facciamo fatica a superare una visione “ospedalocentrica”? per strumentale contrapposizione politica? per difesa di privilegi e resistenze al cambiamento? per incapacità di comunicazione?

Io credo che ciò che oggi i cittadini “percepiscono” in misura sempre maggiore, anche se a mio parere non è solo un problema di percezione, ma di vissuto, è che il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, è sempre più pesantemente “condizionato” da fattori economici e da scelte “politiche” non sempre improntate alla imparzialità e alla trasparenza.

Così come profonda, radicata è la convinzione di non concorrere affatto alla condivisione delle decisioni fondamentali per i cittadini e per le comunità locali.

Vorrei ricordare prima di tutto a me stesso che nei “principi ispiratori” del servizio sanitario regionale (cfr. L.R. n. 25/2006) … La Regione assume come proprio principio per le politiche socio-sanitarie regionali la sussidiarietà orizzontale e verticale, l’omogeneità e l’adeguatezza al sistema dei bisogni, la partecipazione attiva dei cittadini singoli e associati … e ancora … il Piano Regionale di Salute orienta il sistema verso il principio della centralità del cittadino, protagonista e fruitore dei percorsi assistenziali, al quale va garantita la partecipazione attiva alle scelte che riguardano la propria salute

Non vorrei apparire ingenuo con questo richiamo ai principi ispiratori; ma mi piacerebbe fosse chiaro a tutti che formulare suggerimenti e proposte, come sono convinto faremo anche noi oggi a conclusione di questo incontro, non costituisce un rallentamento, un intralcio, un fastidioso impedimento a chi è preposto ad assumere decisioni!

Assumere decisioni a valle di confronti e discussioni anche animate e divergenti (per dirla alla Catalano) è sempre meglio che assumerle in assenza di qualsiasi discussione!

Può essere un processo dispendioso, faticoso, che può anche generare stanchezza in un Presidente instancabile e generoso come Emiliano. Ma forse, cogliendo anche l’infausta circostanza della scomparsa dell’Assessore Salvatore Negro, a cui sono certo va il ns. saluto, si potrebbe ragionare sulla ridistribuzione delle deleghe, compresa, quindi, quella per la sanità! Per quanto mi riguarda, e ovviamente è una mia personalissima valutazione, non è un problema di “sfiducia” verso il Presidente Emiliano, quanto, piuttosto, la consapevolezza di dover impegnare una risorsa dedicata che si dedichi in modo sistematico e continuativo ai problemi della salute, valutando anche l’opportunità di riunificare le competenze in materia di welfare (sanità e sociale).

La sfida vera, ineludibile, fondamentale se vogliamo davvero perseguire l’obiettivo del benessere dei cittadini, si gioca proprio sul campo dell’integrazione socio-sanitaria!

Il lavoro pur importante già fatto in questa direzione – in termini di legislazione regionale (molto avanzata rispetto al panorama nazionale), di implementazione dei servizi territoriali, di riqualificazione e di realizzazione di nuove strutture a vocazione socio-sanitaria, purtroppo, anche a causa della loro disomogeneità e disorganicità, non sono ancora percepiti come servizi di prossimità per i cittadini e, soprattutto, realmente “esigibili”.

Fondamentale, insostituibile il ruolo dei Distretti socio sanitari che vanno potenziati in termini di dotazioni finanziarie e di risorse umane!

Sul versante dell’integrazione socio-sanitaria e della medicina territoriale dobbiamo, quindi, osare di più a partire dalla fondamentale e centrale funzione dei medici di medicina generale, dall’implementazione delle prestazioni domiciliari (ancora al di sotto degli standard nazionali), dallo sviluppo della telemedicina, dalla rete delle strutture residenziali e semi-residenziali socio-sanitarie anche per la cronicità e la lungodegenza (per evitare il ricorso a ricoveri impropri), sviluppare la rete territoriale dei poliambulatori (per incidere davvero sulla riduzione delle liste d’attesa, in alcuni casi davvero intollerabili).

Bisogna riequilibrare le politiche sia sul versante della cura della malattia sia sul versante della prevenzione dalla malattia!

Allora, alcune domande che pongo sia ai nostri autorevoli interlocutori sia a tutti noi sono: a che punto siamo davvero sul piano della integrazione delle politiche socio sanitarie? Quanto l’infrastruttura territoriale dei servizi di prossimità può migliorare con l’adozione del nuovo piano di riordino ospedaliero? Quanto stiamo destinando agli investimenti in: educazione (alla salute, alla corretta alimentazione, ai sani stili di vita, per tutte le fasce di età della popolazione); in prevenzione; nella diagnostica; nei poli di eccellenza.

Credo davvero che se investiamo risorse in questa direzione potremo rendere sostenibile il sistema e potremo renderlo anche più “flessibile” e più facilmente orientato a dare risposte diversificate tenendo conto delle diverse specificità e peculiarità territoriali.

E, a mio parere, è anche un compito ineludibile e improcrastinabile se vogliamo garantire accessibilità alle cure alle persone più fragili e in condizioni di svantaggio economico!

Lo dico in maniera forse banale, ma chi non ha problemi di natura economica, quando fa i conti con la propria malattia, le domande ricorrenti che pone sono: chi è il miglior specialista e dove sta!

Il tema della spesa sanitaria privata – che in Italia, nel 2016, ha raggiunto la ragguardevole cifra di 35 miliardi di euro, poco meno di un terzo della spesa pubblica – ci deve far riflettere sulle scelte di programmazione dell’offerta pubblica, così come il tema della mobilità passiva deve essere considerato ai fini della adozione delle scelte di investimenti in materia sanitaria!

Il conto pagato dalla Regione Puglia per la mobilità passiva, nel 2016, ammonta a circa 185 milioni di euro. Per contro, la Lombardia “arricchisce” la propria dotazione finanziaria di oltre 500 milioni di euro; ma anche l’Emilia Romagna incassa un generoso assegno dalla mobilità di otre 330 milioni di euro! Quindi la domanda è: su quali aree stiamo programmando investimenti strutturali, tecnologici e di alta professionalità per rendere “redditiva” la sanità pugliese?

Se a queste domande – come a quelle che saranno poste dal dibattito – il Governo regionale saprà dare risposte convincenti, io credo che tutti contribuiremo con maggiore senso di responsabilità al miglioramento del sistema nell’interesse della nostra comunità regionale.


CONTRIBUTO DI AMBROGIO AQUILINO ALLA DEFINIZIONE DI UNA PROPOSTA PROGRAMMATICA DELLA REGIONE PUGLIA IN AMBITO SANITARIO

La questione principale è rappresentata dalla capacità di analizzare correttamente l’attuale realtà della Puglia e, in prospettiva, di prevedere quali saranno in futuro i cambiamenti della società pugliese e dei suoi bisogni sociali e sanitari. Per contribuire ad una coerente programmazione delle politiche di salute e sanitarie, sono state analizzate le informazioni riportate nei più recenti Report e Indagini: ISTAT, B&S, Osservasalute, EUSILC, Eurostat, AIFA, SDO del Ministero salute, Ragioneria dello Stato e del Network Health Search della Medicina Generale ed altre fonti di letteratura.

Oggi la Puglia, sebbene sia una delle più longeve d’Italia, viene ancora annoverata tra le regioni più giovani (la quinta), tanto da essere svantaggiata, rispetto a regioni di pari popolazione come l’Emilia Romagna, dai criteri “pesati” per il riparto del Fondo sanitario nazionale. Nel 2016 la composizione demografica è tale per cui sopra i 65 anni sono il 20,9% dei pugliesi (vs 22% in Italia), mentre under 14 a. sono il 13,8% (vs il 13,7% in Italia). Ciò che, però, deve fortemente allarmare è che i processi di invecchiamento della nostra società galoppano ad un ritmo fortemente superiore rispetto a quelli medi nazionali ed in controtendenza rispetto alle regioni del centro-nord, poichè:

  • per quanto riguarda l’invecchiamento “dall’Alto” l’incremento degli > 65 a. negli ultimi 15 anni (2002-2016) è stato in Puglia del 5% contro il 3,3% medio nazionale;
  • nel contempo, l’invecchiamento “dal Basso” ha visto drammaticamente ridursi i nuovi nati per una percentuale cumulativa pari a meno 2,9% vs -0,5% medio del Paese, cioè di circa 6 volte in più.

Il fenomeno dell’invecchiamento dal basso è determinato in Puglia da un basso tasso di fecondità totale (pari ad 1,28 vs un minimo necessario al ricambio di 2,1), inferiore rispetto alla media nazionale sia per la componente indigena (1,26) che per quella straniera (1,87): addirittura la quota del 6,5% di nati da madri straniere in Puglia è la più bassa d’Italia. Si deve pensare che in alcune regioni del centro-nord la quota di nati da madri straniere nel 2014 è stata quasi del 30%.

Ad aggravare la tendenza demografica pugliese al depauperamento della popolazione attiva, contribuisce anche il saldo migratorio complessivo che è decisamente negativo, considerando sia la migrazione dei pugliesi verso l’esterno che degli italiani e degli stranieri verso l’interno, e che coinvolge principalmente le fasce d’età produttive e riproduttive, cioè quelle degli >20 a. d’età.

Non è azzardato ipotizzare che la realtà demografica pugliese tra poco più di una decina d’anni sarà composta da 1 anziano >65 a. ogni 4 persone e da un giovane con <14 a. ogni 10 residenti, con previsioni catastrofiche per quanto riguarda il calcolo di tutti gli indici di valutazione demografica (di vecchiaia, di dipendenza strutturale, di ricambio e di struttura della popolazione attiva).

La tendenza demografica è, peraltro, coerente con il resto del Paese, come confermata dalle stime ISTAT e dagli studi di popolazione di gruppi di ricercatori in Italia (E. Stranges, Unical).

Per quanto riguarda la valutazione epidemiologica, sono necessarie alcune premesse di carattere generale, alcune delle quali caratterizzano in particolare la Puglia:

  • le patologie croniche “prevalgono” in correlazione diretta con l’incremento dell’età;
  • i fenomeni di deprivazione sociale (disoccupazione, povertà, istruzione, alloggio ecc) sono determinanti che influiscono decisamente sull’incremento di incidenza e prevalenza di quelle patologie;
  • gli stessi fenomeni di deprivazione condizionano negativamente gli stili di vita salutari (in particolare verso il sovrappeso/obesità per cattiva alimentazione e sedentarietà);
  • la povertà è un fattore di forte impedimento all’accesso ai servizi, in considerazione della difficoltà nel sostenere ovvero far fronte ai costi diretti del SSN a carico dei cittadini (ticket) ed a quelli verso i privati.

Per quanto riguarda la correlazione con l’età, basti pensare che (sec. il Network Health Search della SIMG, https://healthsearch.it/documenti/Archivio/Report/2016/completo.pdf) nei soggetti con età > 65 a. il Diabete prevale nel 15% circa, con età >75 a. nel 22%, mentre l’Ipertensione arteriosa è presente nel 50% dei soggetti con età >65 a. e nel 70% in quelli di età >75 a. Queste sono le patologie più diffuse, responsabili delle patologie cardiovascolari maggiori. Stessa correlazione diretta viene, comunque, osservata per tutte le altre patologie croniche.

In Puglia:

  • i tassi di prevalenza per la maggior parte delle patologie croniche (diabete, ipertensione, BPCO, artropatie ecc) sono più elevati rispetto alle medie nazionali;
  • il sovrappeso è di circa 7 punti % più elevato della media nazionale, 10 punti in più il tasso di sedentarietà e di 9 punti in meno la qualità dell’alimentazione;
  • per quanto riguarda i diabetici (con prevalenza media di circa il 10% negli over 25 a.) quelli con licenza elementare si ammalano in percentuale sei volte maggiore rispetto a chi ha una laurea/diploma di scuola superiore (rispettivamente con prevalenza di circa il 22% vs il 4,4%);
  • è diffusa una difficoltà all’accesso alle prestazioni ed ai servizi, in considerazione dei dati che riferisce l’Indagine multiscopo ISTAT 2016, secondo cui il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver rinunciato ad accertamenti/prestazioni, mentre il 40% ha dichiarato di non essere in grado di poterne affrontare al bisogno; si deve considerare, a questo proposito, che per molti cittadini il trasferimento di numerose prestazioni cosiddette ad Alto rischio di inappropriatezza (anche di tipo chirurgico) dal regime di ricovero al Day Service ambulatoriale comporta il pagamento del ticket in misura massima (quasi che si sia introdotto una sorta di “ticket ospedaliero”).

Il problema della cronicità rappresenta, peraltro, il fenomeno critico rispetto alla sostenibilità del sistema delle cure universalistico e solidaristico.

L’ARES ha calcolato che la spesa per i pazienti cronici (il 33% degli assistibili in Puglia) assorbe il 75% della spesa per accertamenti e cure (Farmaceutica, Ambulatoriale specialistica e Ospedaliera), con un costo pro capite medio per anno di circa € 2.000,00. Impressionante è la considerazione che di questa popolazione con cronicità, il 4% da sola consuma circa il 50% di tutte le risorse disponibili.

Tutte le indagini ed i report nazionali riferiscono che la spesa sia correlata all’età, se si pensa che ai soggetti con età >65 a. è destinato:

  • il 55% della spesa ospedaliera, con costi per ricovero età correlato (Report SDO M.S. e Report ISTAT);
  • il 60% della spesa farmaceutica (25% per la fascia 65-74 a. e 35% per gli >75 a.).

In definitiva, la Puglia si presenta all’appuntamento programmatico del 24 novembre ’17 con caratteristiche di:

  • progressivo invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità e spopolamento per migrazione di una quota di popolazione attiva;
  • maggiore prevalenza di malattie croniche, anche a causa di fenomeni di deprivazione sociale, che sono determinanti anche di stili di vita non salutari più diffusi rispetto alla media nazionale;
  • difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie.

Appare evidente che in questo contesto non sia sufficiente una programmazione esclusivamente rivolta all’aspetto “sanitario”, ma sia necessario mettere in campo politiche in altri campi, quali quelli, in primo luogo, del sostegno al reddito, alla natalità, all’istruzione, oltre che alla qualità dell’ambiente di vita.

In un’ottica complessiva, gli interventi devono essere sviluppati per:

  • promuovere la partecipazione attiva dei cittadini e delle associazioni del volontariato per sviluppare la conoscenza dei servizi (anche per favorire l’adesione agli screening), la fiducia verso il sistema pubblico, la consapevolezza del proprio ruolo per il miglioramento della qualità e per il controllo e valutazione delle gestioni aziendali, per la responsabilizzazione verso i processi di prevenzione e cura (empowerment);
  • promuovere la prevenzione primaria (anche attraverso il potenziamento delle risorse messe a disposizione del programma “Guadagnare salute” già in atto nelle ASL, che vede una proficua collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale);
  • affermare il modello di gestione dei PDTA e di presa in carico dei pazienti cronici, già sperimentata con successo con i Progetti Leonardo e Care Puglia negli anni scorsi, in cui si è valorizzato il ruolo di una figura infermieristica di mediazione tra Medici, Piani di cura, Servizi e Pazienti, di cui sono stati gestiti i bisogni di accesso alle prestazioni e di formazione/consapevolezza per l’autocontrollo;
  • umanizzazione delle cure, per avviare un processo, anche culturale, di ricomposizione delle fratture che in questi decenni si sono determinate tra professione/ispirazione deontologica, medici/pazienti, pazienti/malattia e malattia/sofferenza, a causa principalmente dello sviluppo potente e prepotente delle tecnologie.

INTERVENTO DEL DOTT. MICHELE VIRGILIO

Il “Corsivo” è , attualmente una dei pochi luoghi, non mediatici, ( per me l’unico) in cui si ha l’opportunità di poter esprimere posizioni, orientamenti, idee sui più vari argomenti che costituiscono l’attualità politica. Per chi ha nella “passione” per la politica e nell’impegno civile l’unica motivazione, il poter partecipare ed essere coinvolti nelle varie discussioni è sicuramente una occasione impagabile, perché ci si può confrontare con le altrui opinioni in modo libero e senza condizionamenti di sorta.

Di questo certamente ti si deve essere grati.

Per questo la mia partecipazione all’incontro del 15 novembre u.s., su temi – dove va la sanità pugliese ?- che toccano corde molto vicine alla mia sensibilità, è stata convinta, partecipata e coinvolgente, se non altro per il mio “storico passato” ed, ancor più,per il mio, ormai sempre più lontano, vissuto professionale. Pertanto , pur avendo avuto la possibilità di prendere la parola in un dibattito assai vivace e particolarmente ricco di partecipanti e di spunti di riflessione, nello spirito che , tra l’altro , hai voluto trasmetterci, ho deciso di mandarti questo mio modesto contributo, anche per ribadire alcuni concetti che, forse, per la ristrettezza dei tempi disponibili e data l’ora tarda , non sono stati forse così chiari ed espliciti come era nelle mie intenzioni.

Considerando che il nostro Sistema Sanitario Nazionale, nato dai movimenti e dalle lotte della fine degli anni ’70, si è successivamente frammentato in più modelli, tanti quante sono le Regioni, ritengo che, anche per la nostra realtà regionale, il ruolo della Politica , da tenere ben distinto da quello gestionale, sia quello di indicare con precisione e chiarezza le scelte di fondo per il “governo” del sistema. Naturalmente è da attendersi che le stesse rispecchino fedelmente i principi ed i valori di riferimento che le differenti parti politiche intendono rappresentare.

In quanto appartenente ad una specifica di esse, ne discende la conseguente mia convinzione di fondo: non si può governare, in maniera adeguata e corretta, un settore così delicato ed importante per i nostri concittadini, quale quello della salvaguardia della Salute, se non ci si sforza di “conoscerlo” e , a mio modesto giudizio, non si risponde preliminarmente a tre cruciali quesiti ( a valenza politica), cui mi sembra opportuno aggiungere, come corollario, alcune sintetiche considerazioni (a valenza sociologica).

  1. Qual è il modello di Sistema sanitario che si vuole adottare per la Regione Puglia? Quale ne è il suo disegno? Se esiste un “progetto” di governo, quali ne sono i punti strategici essenziali, da cui far discendere il “mandato”, su cui, non solo misurare la “governance pubblica”, ma anche le reali capacità di coloro che sono chiamati a gestire il “servizio”, in modo coerente con ciò che si intende realizzare? Quali, soprattutto, gli “obiettivi di salute” che si intendono raggiungere, nella legislatura, per la popolazione pugliese? In considerazione delle connotazioni fortemente dinamiche del Sistema, che deve garantire non solo l’ assistenza, ma anche, più complessivamente, la tutela della salute dei cittadini, come scandirne i tempi di realizzazione progettuale?
  2. Quale, nello specifico, ne è o deve esserne l’approccio ? Pensiamo, nella nostra Regione, ad un modello esclusivamente di tipo amministrativo/burocratico ( “economicistico”) , causa, sino ad ora, di inefficienze e disfunzioni del servizio, ovvero offrire, pur nelle difficili condizioni date, un approccio basato su strategie e politiche incentrate sui reali “bisogni di salute”delle nostre popolazioni, da cui scaturiscono le conseguenti, relative , impellenti domande al “servizio sanitario pugliese” ? È possibile che una cultura, esplicitamente di “sinistra”, porti a cambiare l’idea che il “risparmio”, nell’assistenza sanitaria, sia solo una questione di “tagli ragionieristici di bilancio”, unici concreti obbiettivi da indicare ai managers, invece che una questione di reale “efficacia” ed “efficienza” del sistema, che lo rendano economicamente sostenibile senza mortificare l’assistenza, il progresso nelle cure e le necessarie innovazioni tecnologiche? È possibile, con gli strumenti oggi disponibili, che sono assolutamente in grado di darci un quadro epidemiologico completo e realistico del contesto territoriale, sociale ed economico, in cui viviamo, programmare, con la dovuta correttezza e rigore, una serie di interventi che cambino finalmente i paradigmi su cui, sino ad ora, si è fondata qualsiasi politica della salute in Puglia?
  3. Come si rende partecipi al disegno, e quindi coinvolti e responsabili, tutti coloro che vi sono interessati, tutti gli stakeholders – cittadini,operatori,produttori,fornitori, etc.? Quali il grado ed i livelli di partecipazione da accettare e coerentemente declinare? Quali e quante “capacità” di ascolto si possono o si vogliono mettere in campo ? Come utilizzare e rendere utili e preziosi, se si vuole, i suggerimenti , le idee, gli orientamenti, le istanze che possiamo riceverne? Come trasformare il tutto in progetti concreti da collocare coerentemente e armonicamente nel più complessivo disegno strategico?

Il corollario:

Tutto ciò che ha a che fare con un “servizio” pubblico, ha le stimmate della “complessità”. In sanità ciò è ancor più vero perché la complessità nasce soprattutto dal fatto che “persone” si occupano ( molte volte facendosene carico) di altre “persone”, che , per di più, soffrono, temporaneamente o no, condizioni di fragilità e, quindi, di non voluta/imprevista minorità/subalternità. La tutela e salvaguardia del “bene salute” , nella sua declinazione individuale o collettiva, è affidata, pertanto, a competenze e capacità che vanno sempre valutate e verificate sul campo. Si possono realizzare magnifiche strutture, anche avanzate e ricche di tecnologia, ma se le “persone” (e le loro “organizzazioni”), che devono renderle utili e fruibili, non sono in grado di farlo, le risorse investite risulteranno sprecate. Trattandosi di risorse provenienti dalla fiscalità generale dello Stato è evidente il danno economico che ne deriva per il Paese. Per non parlare dei danni alla vita degli individui e della collettività che li ricomprende. Il danno è e diventa quindi politico! Il termine “valutazione”, inteso in senso positivo, non è mai entrato nella cultura gestionale. Meno che mai in quella politica, malgrado le numerose leggi e normative. Di fatto, la volontà, realmente, e non ipocritamente, espressa ne è sempre stata distante. Eppure una verifica e valutazione, con monitoraggio continuo, dei risultati che il sistema produce per la collettività è fondamentale per renderlo sempre più adeguato a quei “bisogni di salute” che nel tempo la collettività esprime. E questa dinamicità è caratteristica tipica dei sistemi sanitari, che mutano continuamente nel tempo ( in genere ogni decennio), con il mutare delle condizioni di salute dei cittadini. Altrimenti sarebbero fallimentari ! ( Un esempio banale su tutti : l’età media di sopravvivenza della popolazione italiana, è raddoppiata nel secolo scorso proprio per le migliorate condizioni assistenziali e sociali).

In conclusione :

La politica non può prescindere da queste considerazioni, se vuole assolvere pienamente al suo compito. Non si può governare senza conoscere e non si può gestire senza valutare. E verificare. Ma soprattutto i ruoli,politico e gestionale, non devono sovrapporsi, in un confuso quanto indistinto magma, in cui si opacizzano le reciproche responsabilità. Il compito di chi governa è quello non solo di rappresentare( o temere ) “interessi e affari”, ma soprattutto di tentare di offrire, dentro un contesto di saldi principi e valori, equa e giusta risposta alle domande di servizio che nascono da bisogni e istanze della propria realtà sociale. E questo è ciò che , alla fine, segna la identità politica e ne indica le differenze, su cui misurare, poi, i relativi comportamenti e azioni. Altrimenti non solo si va incontro a frustrazioni personali, come è accaduto per il nostro ex governatore, ma , quello che più importa , al fallimento di un intero progetto politico. Con quali danni per le nostre genti si può facilmente prevedere ed intuire.


INTERVENTO DEL DOTT. GIANGIUSEPPE DALENA

L’attuale orientamento sia del governo nazionale che di quello regionale è quello di ridurre le ospedalizzazioni favorendo le strutture che erogano attività in regime ambulatoriale, esistono comunque patologie che possono e devono essere trattate solo in regime di ricovero, altre patologie, invece, possono essere trattate in regime ambulatoriale o di Day Hospital o di Day Surgery, con risparmi significativi della spesa sanitaria, i Medici dei servizi territoriali e quelli ospedalieri necessitano di scambio reciproco di conoscenze, in quanto la loro competenza non può prescindere dal confronto delle proprie esperienze professionali e dei casi clinici, che ne costituiscono il prezioso bagaglio culturale.

Le attrezzature ospedaliere devono essere a disposizione di tutti i medici, sia ospedalieri che territoriali, in quanto proprietà dei cittadini.

Sarebbe più opportuno suddividere il territorio regionale in Unità funzionali costituite da un Ospedale di riferimento con una serie di strutture territoriali geograficamente vicine in contatto diretto, affinché in presenza di casi particolari il medico territoriale possa confrontarsi con il medico ospedaliero e superare, se necessario, le liste di attesa per le indagini strumentali e le consulenze specialistiche; a questa rete parteciperebbero in maniera attiva gli ambulatori dei medici di medicina generale.

Le Unità Operative Ospedaliere dovrebbero organizzare ambulatori dedicati per patologie specifiche, che prendano in carico i pazienti che necessitano di controlli frequenti, gestiti dalle Unità Operative stesse, superando i Centri Unici di Prenotazione.

Queste Unità funzionali siano, per patologie di particolare complessità, organizzate intorno ad ospedali di livello superiore, che dovranno avere l’obbligo di collaborazione, a prescindere dalla disponibilità del posto letto (giustificazione spesso attualmente addotta per non accettare pazienti particolarmente scomodi o complessi).

Alcune valutazioni sulla vicenda dell’ospedale di Putignano

L’Ospedale di Monopoli-Fasano è stato dimensionato per un’utenza di circa 150.000 persone relativa ad alcuni paesi della fascia costiera e quindi sarebbe sottodimensionato qualora venisse utilizzato per un’utenza più ampia, tipo quella che attualmente afferisce all’ospedale di Putignano.

La sua posizione periferica rispetto al bacino di utenza non lo rende idoneo per soddisfare le esigenze di molte emergenze-urgenze, quali quelle cardiologiche.

Non sarebbe economicamente sostenibile un ennesimo ospedale di I livello a Putignano, oltre gli altri già esistenti o previsti nel piano di riordino ospedaliero (peraltro incontrerebbe grandi difficoltà nell’approvazione da parte del Ministero della Salute).

Il Presidente della Giunta Regionale della Puglia si è reso disponibile a costituire un ospedale di base “rinforzato”.

Sarebbe utile istituire a Putignano il centro delle emergenze-urgenze cardiologiche, motivandolo con esigenze geografiche, in quanto si troverebbe al centro del sud-est barese con un’utenza di circa 400.000 persone, in linea con le linee guida internazionali.

Istituire un’emodinamica, che, insieme con quella della Clinica Villa Lucia di Conversano, potrebbe soddisfare le esigenze di angioplastica primaria di tutto il territorio (così come a Bari ogni giorno vi è un ospedale pubblico ed uno privato che sono reperibili per trattare i pazienti con STEMI).

Tale soluzione potrebbe porre fine alle numerose polemiche sorte in questi ultimi mesi e garantirebbe un’ottima organizzazione sanitaria per patologie gravi come gli infarti miocardici. Infatti tale ubicazione consentirebbe a tutti i paesi del sud-est barese di giungere al trattamento nel tempo più breve possibile.

Inoltre la presenza di un’unità operativa di cardiologia con UTIC ed emodinamica a breve distanza da Castellana Grotte, renderebbe più sicuro tale nosocomio, che potrebbe così crescere e diventare un centro di riferimento e di eccellenza in tutto il meridione d’Italia per le patologie gastro-enterologiche.

Infine questa organizzazione decongestionerebbe gli ospedali baresi, migliorando l’assistenza sanitaria per i cittadini del capoluogo di regione.


INTERVENTO DEL PROF. GIUSEPPE MANGINI

Nel settore sanitario sono in campo diversi interessi: quello dei cittadini, ovvero, il diritto alla salute, previsto e promosso dall’artico 32 della Costituzione, e altri interessi di diversa natura: economici, di campanile, di corporazioni …

Orbene, non sempre tali interessi coincidono e spesso sono in concorrenza. A parità di risorse disponibili, poche o molte che siano, quali interessi devono prevalere? Alla politica, alla buona politica, la sentenza che, invero, non mi sembra ardua.

<esempio: Il costruendo ospedale di Fasano, a detta degli stessi patrocinatori e caldeggiatori (leggi per es. il cons. Amati) sarà a servizio dei paesi del litorale (Fasano, Monopoli, Polignano..) in quanto difficilmente raggiungibile dai paesi dell’entroterra. E i circa duecentomila potenziali utenti del sud-est barese? O continueranno a fare capo all’ospedale ubicato a Putignano, unico pubblico in zona, ovvero si rivolgeranno agli ospedali di Bari, più facilmente e in minor tempo raggiungibili. Ma gli ospedali di Bari, già al limite del collasso, potranno accollarsi altri duecentomila utenti? Allora, perchè depotenziare, come da tempo si sta facendo, l’ospedale che ha sede a Putignano?

La sentenza alla politica che sarà più o meno buona a seconda della risposta.