Il Confronto 2.0: protagonisti, non spettatori

Grande e interessata partecipazione all’evento svoltosi venerdì 2 febbraio a Bari, promosso dall’Agenzia Giornalistica Corsivo2.0 per la presentazione del dossier: “Il Confronto2.0 protagonisti, non spettatori”.

Il saluto

Giuseppe Rella ha portato il saluto, anche a nome del gruppo dei giovani che collaborano con l’Agenzia, sottolineando che occorre mantenere viva tra le nuove generazioni, con modalità più innovative, la passione civile e politica, a partire dai problemi dell’odierna società, moltiplicando i luoghi di confronto vero e evitando vecchie liturgie.

L’intervento del Dott. Stefano Campanella, direttore dell’Agenzia

Sono passati già due anni da quando, insieme, abbiamo deciso di riprendere il cammino pluridecennale di Corsivo, iniziando un nuovo percorso, sospinti dagli stessi valori, ma con la speranza di condividerli attraverso le forme di linguaggio proprie dell’attuale contesto sociale. L’opuscolo che è stato distribuito rende evidente la traccia operativa di questo recente percorso e si propone non di farci volgere lo sguardo al passato, per compiacerci di quello che abbiamo fatto, ma verso il futuro, verso il traguardo alla quale tende il nostro impegno, costituito dall’edificazione del bene comune.

Nella pagina successiva a quella del colophon abbiamo voluto rendere omaggio a quanti sono stati protagonisti di questa lunga storia, svolgendo con passione e impegno il loro compito di elementi propulsivi di un confronto aperto, stimolante e propositivo fino agli ultimi giorni della loro esistenza terrena. Pensando a loro e vedendo, questa sera, la sala così piena mi tornano in mente le parole del Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Noi siamo quel «molto frutto». Siamo quel campo di grano germinato da chi ci ha preceduto e chiamati a farci seme per chi verrà dopo di noi.

Quella di stasera, dunque, è una nuova ripartenza, è la fase di avvio della prossima tappa, è la riflessione che deve precedere ogni azione e che ne costituisce la fase iniziale ma essenziale. Solo così, arricchendoci reciprocamente, nel dialogo che diventa confronto, potremo far volare alti quei valori nei quali, malgrado tutto, continuiamo a credere, simboleggiati dal gabbiano riprodotto nell’ultima pagina. Quei valori di cui ha società ha, oggi, più che mai, assoluto bisogno.

Spettatori o protagonisti? Relazione del prof. Francesco Minervini

Di spettatori e di protagonisti vive la politica dall’età post greca, anzi post ateniese, ovvero dal momento preciso in cui ha accettato le dinamiche pure necessarie della delega. Da quel momento, per motivi storici o quant’altro, si è dovuto creare un pubblico di spettatori e un manipolo di protagonisti, che virtualmente e su base di principio avrebbero dovuto turnare per il motivo stesso dell’essere un sistema democratico. Il pubblico era facile trovarlo, lo è ancora per certi versi, il protagonista c’è, a volte purtroppo a volte per fortuna: comunque ha dalla sua il fatto che si è mosso, si è dato da fare, è sceso o salito in campo, decidete voi; lo spettatore invece afferma nei suoi modi il proprio diritto alla delega, perché vive in una democrazia che ha bisogno di deleghe, e quello alla delega è pur sempre un diritto sacro e/o comunque sempre pronto ad essere imposto. Questo il protagonista, questo lo spettatore: che non sono il corrispettivo del forte e del debole, bensì sostanzialmente due ruoli che hanno bisogno uno dell’altro. Come a teatro appunto.

E allora proverò a lanciare alcuni spunti giocando sulla falsariga della metafora del teatro. Senza offesa e senza pregiudizio: il teatro qui lo considereremo vita e non finzione. Se poi da vita diventa finzione… è un problema dei protagonisti. Dunque cominciamo: in teatro chi è spettatore e chi è protagonista?

Se si è protagonisti occorre esserci, fare, non semplicemente sembrare. Si può intervenire e parlare, si può agire e non fare, ma comunque bisogna esserci. Il protagonista è colui che su un palcoscenico campeggia, conduce la scena, dà carattere al dramma che si attiva, parla col pubblico che può stuzzicare ma anche può far addormentare, che può animare o da cui può prendersi dei fischi. Il protagonista al momento degli inchini appare per ultimo (perché?) e chiama gli altri del cast, si prende l’applauso finale, più forte e sentito se ha coinvolto bene e ha passato emozioni e catarsi varie, non si prende niente, ma ci rimette la faccia, e con lui la compagnia e l’impresario e la produzione, se il pubblico non gradisce e soprattutto se lo fa capire.

Lo spettatore osserva, attentamente, ha pagato un biglietto, critica ed è pronto a coinvolgersi, ci tiene ad uscire rinsaldato nelle sue aspettative, è capace di gioire con il protagonista che ha scelto, è disposto a “darsi” in un afflato di emozioni che abbatte la finzione o la quarta parete. Lo spettatore riafferma la necessità e la bellezza di un momento unico, solidale e proteso alla crescita, come e con il protagonista gode e cresce. Il biglietto è stato pagato, i soldi ben riposti: la critica si muova pure, dovrà pur tener conto del giubilo o, viceversa, del malcontento del pubblico astante e pagante. E il protagonista sa che se il pubblico applaude, la critica lo nota, e pure l’impresario e pure la produzione. La prossima volta farà meglio, o forse farà di più, magari chiederà di più perché se lo merita. O viceversa….

Sarà che anche la politica viene da sempre associata all’azione del palcoscenico: si parla di “teatro”” o peggio di “teatrino” della politica, si ipotizzano scenari, si parla di atti o tempi di azione. Soprattutto si agisce su un palcoscenico e si è molto ben disposti, anche nella migliore buona fede, a gustarsi gli applausi per cui si viene pagati. Il problema è che non si vede più il pubblico.

In politica non c’è pubblico.

È assente, si è dileguato.

È rimasto a casa, senza velleità di partecipazioni o semplicemente di emozioni, sta bene lì e non vuole uscire. E forse è meglio così, perché è un pubblico che non ha pagato (anzi per l’esattezza ha pagato un biglietto di tasse e non lo sa, ne sente il peso dell’esborso di cui chiede il rimborso ma non la responsabilità).

È un pubblico che pensa di essere altro e altrove. Pensa che la politica è un luogo per altri…

Forse è per attirare pubblico che la politica più che spettacolo di emozioni, più che la più nobile delle arti come diceva La Pira ma anche Aristotele, è diventato tante volte agone di gladiatori, dove appunto si presenta un pubblico che parla con la pancia e non con la testa, che ama le piazze e le piazzate dove si grida ma non i teatri dove si ragiona.

Io voglio essere spettatore pagante della politica, ovvero parte di un pubblico che vuole sapere cosa ha scelto, lo vuole vedere e stimare, vuole sentire ascoltato il suo applauso e vuole partecipare di una critica pensante che non distrugge gratuitamente ma coltiva e corregge…. ma c’è questo pubblico? Quanto c’è in potenza e quanto in atto? Quanto lo vogliono i protagonisti?

E allora occorre partire di qui, dalla posizione dello spettatore in un momento in cui i protagonisti, tra comici vari e saltimbanchi, sono pronti ad esibirsi millantando azioni personalizzate in mille modi, parlando di volta in volta al padre che sono, all’uomo di cultura che sono, al lavoratore che sono. Magari non parlano al cittadino.

È questo che rivendico perché è necessario, perché è un ruolo che mi piace!

Se dunque ora fissiamo l’importanza di essere protagonisti, occorre stabilire anche il ruolo e la figura degli antagonisti. Tranquilli: di questi ce ne sono tanti, perché se il protagonista è quello che fa, l’antagonista è quello che o può far risaltare quello che è stato fatto intervenendo attivamente e criticando fattivamente, oppure, più facilmente, può distruggere, corrodere e logorare il bene fatto in nome ora di un protagonismo mancato, ora di qualche minuto in più o di vecchie ritrosie nate dalle logiche di appartamento e di invidia, o ancora da interessi ad essere sulla scena, ad apparire e farsi notare davanti all’impresario e di godere, semplicemente godere quando viene, l’applauso di un attimo del pubblico. Ma qui parliamo di protagonisti e di spettatori, quindi lasciamo stare gli antagonisti, specie quelli pericolosi, non costruttivi, disposti a tutto per un minuto in più davanti al pubblico pagante e molto spesso pagato, così facilmente dirottabile perché preso sulla stanchezza e sulla pancia.

Noi ci misuriamo tra spettatori e protagonisti, appunto, e diventa fondamentale ora costruire la scena, anzi gli scenari dove la nostra azione, di tutti dunque, si terrà.

Cosa dunque il protagonista deve andare a mettere in azione?

Cosa vuole il pubblico degli spettatori paganti e votanti?

Proviamo allora a costruirli insieme questi scenari dell’azione politica necessari.

Io ne delineo quattro su cui lo spettatore vuole risposte e il protagonista, anche quello di questa sede, deve operare. Sono scenari consueti o forse troppo inconsueti, facili nelle linee e complessi nei particolari, possibili per tutti e pure “operati” ovvero messi in atto da pochi.

Il primo scenario è quello, facile, dei migranti: va di moda, salta agli occhi, attira gente e prende sicuro un po’ ovunque. Dire migranti però è difficile: magari sarebbe facile usare subito parole tipo controllo degli sbarchi, ordine sociale, prima accoglienza, razionalizzazione delle presente su base regionale italiana e su base nazionale europea delle presenza. Ma questo è lo scenario facile, lo fanno tutti.

Lo scenario difficile ha altre parole: usa termini più complessi come “nuova comunità” ed “equilibrio sociale”, nuova integrazione, ius soli, seconda e terza accoglienza ovvero quella su cui nessuno si è mosso ancora. E allora per esempio e per restare anche solo sul locale, si potrebbero guardare i Cara non come centri di raccolta e “concentramento” (parola orribile), ma come luoghi da cui attingere per lavori socialmente utili, con il coinvolgimento degli ospiti in azioni sociali che oltre alla dignità del lavoro possano attivare dinamiche di integrazione e di compensazione tra chi è accolto e chi accoglie (un po’ come è avvenuto dopo il terremoto di Amatrice, ma non è che dobbiamo aspettare un terremoto…). Si potrebbe far sentire utile la forza giovane che è presente in questi campi e sopperire al bisogno urgente di manodopera ordinaria che pure renderebbero le città e gli spazi abitati in generale nostre e loro, di tutti, soprattutto migliori ed efficaci.

Sarebbero comparse di uno spettacolo a lieto fine. E’ solo un’idea di partenza, ma che piò cambiare posizioni e punti di vista perché integra e non divide, coinvolge e non ghettizza, né italiani né stranieri.

Il secondo scenario è quello della giustizia che ora va di moda chiamare “sociale” in nome di una categorizzazione dei principi così forse più circoscrivibili: anche qui lo scenario facile porta ad immaginare all’aumento delle presenze militari in tutte le sue declinazioni fino alle ronde di notte, a “via i georgiani che rubano negli appartamenti”, allo spaccio ordinario di cannabis ovunque, legalizzazione delle droghe e pena di morte per chi ammazza senza ritegno.

Lo scenario difficile invece chiede altro: qui in Puglia, nella nostra terra, si chiama Società Foggiana, si chiama strage del Bacardi già vecchia di quasi quarant’anni e mai conosciuta abbastanza nella sua potenza, si chiama Clan dei Cerignolani, si chiama controllo del territorio, si chiama cellula georgiana e nigeriana, si chiama punto di smistamento di droga armi e perché no anche foreign fighters.

Si chiama col nome di Annarosa Tarantino, la sessantaseiesima vittima innocente di mafia pugliese, appena 35 giorni fa. Uno scenario che non è affrontato se non da lembi intelligenti di magistratura, che certo non è sentito dalla società perbene che nei quartieri “hot” non andrà mai.

È uno scenario che è non conosciuto nella sua genesi e tanto meno affrontato nei suoi primi vagiti, che non è osservato se non da pochi organismi coraggiosi e isolati lì dove nasce e si allatta svezzandosi con povertà e ignoranza, abbeverandosi con cliché sociali che nascondono il cancro e si stupiscono dei bei fuochi d’artificio che si fanno davanti al carcere.

Per esempio cominciamo dicendoci a muso duro che la mafia di Bari non è più una mafia giovane, che è nata dalle politiche di urbanizzazione degli anni settanta/ottanta che hanno annientato e divelto il tessuto popolano di quartieri della città lasciandoli in mano ad affaristi senza scrupoli. E’ una mafia, quella barese, nata il giorno dopo la morte di Benedetto Petrone, che ancora rappresentava un cuore e una mente pensante della città vecchia, semplice ma operosa e fedele.

E vogliamo parlare della mafia di Puglia ovvero della mafia innominabile, la quarta mafia non per importanza, la mafia levantina e imprenditoriale, apolitica e maschile, intelligente e orizzontale, imprenditoriale e democratica, neanche fosse la sinistra moderna.

E’ una mafia che crea acculturazione, che sa permeare di sé, che è capace di vincere e convincere non solo chi conosce il degrado, ma anche chi lavora in borsa o chi si presenta in politica nella provincia di Biella per esempio. È soprattutto una mafia che non chiede e non cerca più il consenso ma si limita a organizzarlo con processioni e spettacoli pubblici, che vive tranquilla e non dà fastidio, che opera, prospera e sovvenziona il welfare di chi è dentro e di chi è fuori il carcere. Ma che rimane nel suo profondo, nel suo intimo, Mafia! Addirittura gestisce il carcere e lo trasforma tante volte in luogo di aggregazione e di affiliazione. È una mafia che è protagonista, lei sì, e sa di esserlo, consapevole del suo ruolo e pronta a gestirlo nel migliore dei modi. Sa dei suoi spettatori, che intercetta e accoglie con calore.

Quanto duro sarà il lavoro del protagonista che operi su questo scenario, specie se solo. Ma è un lavoro complesso e urgente, difficile e che abbatte vorticosamente la quarta parete, quella del pubblico. E’ un lavoro non “maiuscolo” ma “corsivo”, urgente perché mentre lo facciamo (tutti…) ci viene tolto lo spazio senza accorgercene. La mafia uccide lentamente, anzi lentamente toglie la libertà che è il principio del nostro orizzonte, è l’alfa greco del nostro operato e l’omega della nostra esperienza. E allora attento, pubblico: la mafia stronca, insegnando e appropriandosi delle regole della democrazia e dell’assistenza e dell’imprenditorialità, di cui è tanto esperta da poterla insegnare nelle università.

Il terzo scenario si apre sui giovani. Lo scenario facile vuole anche qui parole come 18up, bonus bebè, lotta alla disoccupazione giovanile, istruzione obbligatoria (a proposito: istruzione o formazione? Perché non è sempre la stessa cosa… e ad opera di chi? Sempre degli insegnanti?).

Lo scenario difficile significa politica di sostegno ai cervelli che fuggono, politica di inclusione delle eccellenze, significa bollenti spiriti e principi attivi, significa innescare politiche di protagonismo di cui pure abbiamo saggiato l’essenza. Significa non distruggere la scuola buona (non la “buona scuola”) ovvero quella che lavora e che vale sulle classifiche europee con gli altri modelli di scuola, significa controllo e qualificazione del mondo aziendale giovane e del mondo universitario troppe volte compromesso. Significa garanzie e inchiodamenti necessari alle responsabilità degli adulti. Significa crisi della famiglia non semplicemente come vago modello di riferimento in bilico tra tradizione immobile e modernità anarchica e spesso antipedagogica, ma come possibilità, come ammortizzatore sociale pur sempre utile pur sempre unico al di là di ogni reddito di cittadinanza o di inclusione.

L’ultimo scenario possibile per la grande azione di uno stato possibile è quello del nuovo rapporto con la Chiesa. Non quella dei credenti chiusi in parrocchia, bensì quella insperata di Francesco, che apre ai non credenti, con cui dialoga e crea un terreno comune, coi i politai che vivono il Regno della Terra come preparazione al Regno di Cieli. Con chi non si ferma agli schematismi bloccanti e dogmatici un po’ medioevali ma sempre rassicuranti, quanto indaga le nuove forme dell’essere e le reinveste di nuove responsabilità operanti.

Una Chiesa in cui siano i credenti a convincere i preti e non viceversa (posto che ancora avvenga, fatto salvo qualche caso importante…). Una Chiesa che convince, e perché no, anche accompagna sulla strada della modernità che siamo, della nuova umanità in cammino, dell’uomo spesso più solo spesso più bisognoso spesso più tecnologico e chi più ne ha più ne metta. Una Chiesa che è fatta di popolo, anzi di pubblico per restare in tema, ovvero di pochi protagonisti… Quello con la Chiesa è un dialogo importante che apre a squarci necessari che raccontano l’uomo di oggi, alle prese con il diritto alla vita, con il diritto alla malattia e dunque alla morte, con il diritto al futuro, con il diritto al lavoro, con il diritto ad uno stato di pace che non spenda soldi in spese militari improbabili e che osi scenari lontani e più convincenti.

Un uomo che accoglie chi vive sotto i ponti e naviga su un gommone alla ricerca della speranza.

Un uomo che spera nella dignità del lavoro.

Un uomo che paga le tasse perché sa che è giusto.

Un uomo che ancora sa vivere la sua obiezione perché è un uomo di coscienza, che vive, direbbe Antigone, di leggi non scritte che nella loro natura etica e morale hanno procreato lezioni di civiltà.

Già, perché noi, spettatori e protagonisti siamo speranza per qualcuno che ci vede a nostra volta, siamo possibile imitazione, forse tensione sociale, più raramente istanza morale, certamente desiderio di possibile interazione. Certo, avrebbe detto qualcuno a me carissimo, forse siamo “possibile convivialità delle differenze”. Possibile, ovvero potenziale, non ipotetica, bensì costruibile, operabile.

Eppure c’è un ultimo scenario: un teatro dell’assurdo direbbe qualcuno, che pure ha avuto la sua storia e la sua fama. È un teatro in cui gli spettatori salgono insieme sul palco, forti di un’esperienza di pubblico formato, forse non più nelle segreterie di partito o nelle associazioni di parrocchia di qualche anno fa, ma certo cresciuti perché formati quand’anche sul web, a vedere la realtà. Un pubblico più libero da schemi e stereotipi che se da un lato corre il rischio di costruirsene di nuovi, dall’altro potrebbe però essere attivo e soprattutto costruttivo, specie se coinvolto con la testa e non con la pancia come certi schematismi partitici in certi ambigui vaffaday.

Forse è ora che i protagonisti vadano seriamente in cerca degli spettatori, di quelli seriamente paganti, che si chiamano cittadini. È tempo, uscendo finalmente dalla metafora e anche dai palazzi del potere e tornando alla realtà, che i protagonisti della politica vengano a me e a te, cittadino attivo, samaritano, operaio che si sia.

Che non ci trovino come dei personaggi in cerca d’autore, magari uno nessuno e centomila, ma raggiungano la base di un consenso condiviso e costruito, coscienza critica di uno stato. Poliths, ovvero pezzo della polis e non spettatore…

Dunque ora è il momento degli spettatori, lo dico provocatoriamente rispetto al tema del titolo.

È il momento non della rappresentazione, ma della rappresentanza.

È il momento in cui si sceglie e non si delega.

È il momento in cui si vigila e si osserva, si studia.

Perché è fondamentale formarci ad essere non “scrutatori non votanti” come nella canzone di Bersani, ma uomini che sanno usare, possiamo dircelo tra di noi alla maniera di don Tonino Bello, sia la tuta di lavoro che la veste battesimale.

Perché sono gli spettatori che formano i protagonisti, e i protagonisti che sviluppano un buon pubblico. E il pubblico degli spettatori è sempre libero, perché costituisce lui stesso il solo vero antidoto alla paura di non esserci.

Prof. Francesco Minervini

Nel corso della serata sono intervenuti: Giusi Servodio, Carmela Montagnuolo, Pasquale Leccese, Vincenzo Santandrea, Franco Deramo, Rosina Basso Lobello, Fiorella Mastromarino, Leonardo Scorza, Emilio Tafaro, Franco Triggiani, Franco Cassandro, Pinuccio Paolillo.

Altri partecipanti stanno inviando interessanti interventi e riflessioni che saranno successivamente pubblicate.