Il gufo e la cinciallegra

imagesGG68JY8I gufi

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del giornalista politico-parlamentare Domenico Russo Rossi, “Il gufo e la cinciallegra”.

“Capra! Sei una capra! Capra! Capra! Capra!”. Probabilmente l’avrete visto in tv, Vittorio Sgarbi, apostrofare l’interlocutore con tale epiteto pronunciato in senso chiaramente spregiativo tanto che Lorenzo Croce, presidente dell’associazione difesa animali e ambiente, ha ritenuto che ci possano essere gli estremi dell’ incitamento al reato di cui all’art. 544-ter del codice penale (maltrattamento di animali) ed ha presentato un esposto alla procura di Ferrara. E per i gufi, in loro difesa, niente? Neanche una nota di solidarietà in favore di un rapace che, a parte cibarsi di piccoli animali selvatici, risulta abbastanza tranquillo e inoffensivo? Neanche un monito rivolto al suo principale detrattore, cioè il nostro presidente del Consiglio?

Che poi il genere umano sia migliore di quello animale è tutto da dimostrare di questi tempi e visto come vanno le cose. Non sono state certamente le bestie a determinare: l’effetto serra, la frutta e verdura contaminate dai pesticidi cancerogeni, la Terra dei fuochi effetto dei veleni interrati, … per finire – evitando di dilungarci troppo nell’elenco – all’Isis. Stando ad una leggenda spagnola il gufo, peraltro, sarebbe diventato un uccello notturno dopo aver assistito alla crocifissione di Gesù che, con il suo tipico verso, continua a ricordare: ”cruz, cruz, cruz”. Insomma non è il suo gufare un presagio di disgrazie o anzi un funesto “augurio” ma semmai un monito che ci ricorda le nostre colpe, le nostre responsabilità. Per gli indiani d’America, poi, il gufo è anzi simbolo di saggezza e di chiaroveggenza.

Rinviando la decisiva disputa sulle doti del gufo ad una prossima puntata della trasmissione “Porta a Porta” (che certo non si farà sfuggire una tale querelle), la sostanza della questione per così dire politica è però un’altra. Ed è racchiusa in questa domanda: c’è la possibilità nella politica italiana odierna di esprimere un (motivato) dissenso sulle politiche del governo, magari anche con spirito costruttivo, senza essere condannati al più turpe dei reati previsto dal nostro “codice sociale”, la jettatura? Anatema, anatema. Fino a qualche anno fa eravamo divisi da quello berlusconiano sui “comunisti!”, anche se – a dire il vero – comunisti non ce n’erano più nemmeno in Urss (tanto che non c’era più l’Urss) e nemmeno in Cina (dove mandavano in carcere chi si richiamava ancora al “timoniere” Mao). Ma in Italia, come i giapponesi che non si erano accorti che la guerra era finita, evidentemente i comunisti c’erano. Chi? Forse Bertinotti; forse il baffo di D’Alema; forse e soprattutto il catto-comunismo di Prodi (Bergoglio, per sua fortuna, non era ancora Papa). Tutto questo oggi può sembrare fuori luogo, o almeno un po’ esagerato; eppure vi abbiamo perso vent’anni di seconda repubblica.

Adesso, dopo che il declino della politica ha determinato anche il tramonto delle ideologie, l’anatema – e quindi la questione centrale su cui dividerci come sempre (orazi e curiazi, guelfi e ghibellini, romanisti e laziali ecc.) – non può più essere tra destra e sinistra ma diventa “gufismo e antigufismo”. Con l’aggravante che “gufare” (essere un portajella) è ancora peggio – da noi – dell’accusa di “mangiare i bambini” riservata ai comunisti. E quindi essere tacciati di gufismo significa non avere scampo. Demonizzare l’avversario è una vecchia tattica del potere; serve a presidiare il fortino e a serrare i ranghi scoraggiando sul nascere eventuali “licenze poetiche”, le espressioni di dissenso interno. L’idealeggiante motto “tanti nemici tanto onore” in realtà è da tradurre prosaicamente in “tanti nemici tanto potere”. Ancora meglio quando i nemici non ci sono o sono pochi o quasi inermi. In tal caso si creano, inventando alla bisogna – quando si è veramente bravi – un capo di imputazione non definibile perché connesso all’inconscio, alle paure arcane. Perché non ci si può discolpare da un “reato” indimostrabile: come potrò fornire la prova contraria di qualcosa di indefinito? Non solo. Questa tipologia di accuse rimane come marchio infamante anche quando la logica induce a ritenere infondato ogni addebito; è l’effetto del famoso “venticello” della calunnia o del lacerante dubbio del sospetto: e se fosse vero? Secondo logica, è evidente che il pil, la riforma previdenziale, l’occupazione, le esportazioni, lo spread, non variano a causa degli influssi jettatori; e non è possibile ipotizzare che si possa governare un Paese come ai tempi delle danze per invocare la pioggia; o rispondere a Bruxelles, alle obiezioni connesse al troppo lento dimagrimento del nostro debito pubblico, dicendo: “Dovete comprenderci, quest’anno ci sono i gufi”. E però, in fine dei conti, se ci fosse qualcosa di vero? Che ne sai?

Malocchio e iella – e tutto ciò che, conseguentemente, serve per gli opportuni scongiuri – costituiscono del resto una tradizione del “codice sociale” italiano anche in ambito politico. Tutti ricorderanno l’immagine del presidente della Repubblica Leone, peraltro insigne professore di diritto penale, impartire ai suoi contestatori la propria “benedizione” cornificante con indice e mignolo a due mani: tiè, tiè, tiè. Una foto che ha girato il mondo. Sperando che non si arrivi, adesso, ad immortalare il nostro presidente del Consiglio impegnato in ben altri “scongiuri corporali” certamente ancora meno edificanti.

Senza dilungarsi oltre in questa divagazione socio-politica, ma tornando invece alla “ornitologia della politica” nell’attuale fase istituzionale c’è prima di tutto da definire e precisare i competitors. I gufi da una parte del campo, e dall’altra? E’ senz’altro la cinciallegra, la più grande delle cincie, il volatile politicamente alternativo al gufo. Il “cinciare” (parlare in compagnia) appare del resto la corretta rappresentazione complessiva delle assemblee parlamentari odierne dove talvolta, o spesso, il cinciare diventa sterile cianciare: “cianciano le comari in capannello” (Giovanni Pascoli, In capannello da Myricae, 1891). Anche gli uccelli, del resto, cianciano: “ …gli altri uccelli accorrono cinguettando cianciando schiamazzando” (Giosuè Carducci, in Le risorse di San Miniato al Tedesco, da Confessioni e battaglie, 1883). Attribuire quindi al capo del governo l’identità del parus major, la cinciallegra, cioè la maggiore delle cincie, sembra quasi un atto dovuto; completando, con il debito rispetto per il suo ruolo istituzionale, ciò che le caratteristiche del volatile suggeriscono.

cinciallegraLa cinciallegra è un uccello passeriforme appartenente alla famiglia dei Paridi, ottimo comunicatore (canto vario e melodioso, talvolta imitando il canto di altri uccelli) ed insettivoro molto vorace (caratteristico l’appendersi ai rami a testa in giù per beccare formiche e pidocchi delle piante) tanto da non trascurare – dopo larve, api e ragni che continua ad ucciderne anche quando è sazio – semi, frutta e bacche. Benché di dimensioni contenute (15 cm) è opportuno che gli altri uccelli non stiano troppo … “sereni” in sua presenza; infatti, il sito “Verdecammina” segnala che “nonostante abbia un’indole socievole si dimostra poco tollerante con gli altri uccelli. Si è assistito ad episodi in cui un esemplare debole o malato fosse assalito e maltrattato a morte da un suo simile. Non di rado attacca anche uccelli di dimensioni maggiori, ai quali può provocare gravissimi danni assalendoli di sorpresa nel tentativo di fratturare loro il cranio con il becco”.

Leggere i siti degli appassionati dei volatili con questa prospettiva dell’ “ornitologia della politica” consente diversi spunti di riflessione sul momento politico. Ad esempio, in una discussione sul sito “La voliera senza sbarre-Come riconoscere le cincie”, Ilaria domanda: “La cincia siberiana è confondibile con la passera d’Italia? Forse le ho confuse”; ottenendo due risposte. La prima direttamente dall’editor del sito: “Gli assomiglia un po’, ma il comportamento è talmente diverso che non ci si può sbagliare”. La seconda risposta è di Grillo (non credo il leader dei 5Stelle, ma perché escluderlo a priori?) che dice: “La cincia siberiana è un insettivoro e ha il becco fine (gentile), la passera italiana è un granivoro e ha il becco più robusto”. Ma che diamine, mi sono sorpreso a pensare d’istinto, come si può confondere Armando Cossutta con Maria Elena Boschi?

Domenico Russo Rossigiornalista politico-parlamentare