In occasione dell’anniversario della morte di Aldo Moro pubblichiamo una riflessione che il dott. Stefano Bianco inviò nel dicembre del 2008 ai lettori di Corsivo

aldo moro

incontro nella sezione della Democrazia Cristiana di Modugno

“L’avventura umana e politica dell’on. Prof. Aldo Moro come docente universitario, segretario della DC, parlamentare e Presidente del Consiglio in diversi anni di presenza attiva sulla scena culturale, politica e istituzionale, ha dato qualificato e grande lustro alla Puglia e alla città di Bari.

La sua formazione culturale, ispirata ai valori evangelici, che sempre ha orientato le sue attività politiche, era finalizzata a elevare i ceti più deboli – non con interventi clientelari e assistenziali –ma con un processo di liberazione umana per dare loro uguale dignità e giustizia.

Moro è impegnato a portare il mondo cattolico alla democrazia, anche se tale obiettivo si estendeva all’intero Paese e alle varie presenze sociali e politiche che dovevano accettare la scelta democratica e le sue istituzioni politiche. In questo disegno i cristiani – per Moro – dovevano svolgere un ruolo “di mediazione non opportunistica, di pacificazione degli spiriti, di approfondimento di valori morali ed in genere dello sfondo morale di ogni problema politico. Ma su questi obiettivi i cristiani non devono ritenersi i soli né devono pretendere “il monopolio della interiorità e serietà morale”

Riteneva la politica come un “impegno rivoluzionario” finalizzato a far trionfare il principio di libertà e di giustizia per un superamento delle classi, delle caste seguendo e sostenendo un processo di cambiamento delle situazioni richieste dalle nuove generazioni.

Il suo impegno si è svolto mentre la società italiana subiva delle rapide trasformazioni, una fluidità di rapporti sociali, ma Moro è stato sempre attento osservatore delle ragioni delle nuove domande sociali impegnato a dare risposte di un alto e nuovo equilibrio sociale e politico. Ha vissuto nel tempo della “democrazia difficile” e ha operato per avvicinarla agli standard europei. Ha sempre coniugato l’azione alla riflessione per questo non è mai caduto nella politica spicciola e nel trasformismo.

Affermava che “non si può negare il riconoscimento della donna, la forza dirompente della gioventù, il peso radicalmente nuovo dei lavoratori nell’organizzazione sociale. Al diritto va restituito il suo carattere universale”.

Era impegnato a dominare il nuovo che avanza evitando ogni spaccatura fra forze antiche e giovani per trasformare lo Stato in una “casa comune”. “La difesa della libertà e delle istituzioni – affermava – è diventata di gran lunga più difficile, più segmentata, più complicata, ma insieme più seria e profonda”.

I giovani puntavano ad una società più giusta e più libera. Egli affermava che “una tale società non può essere creata senza l’attiva presenza in una posizione veramente influente di coloro per i quali il passato è passato e che sono completamente aperti verso l’avvenire. La richiesta di innovazione comporta naturalmente la richiesta di partecipazione … Una società così viva non può che essere una società in sviluppo”. Aggiungeva, riferendosi alla linea politica da seguire per accettare la sfida della contestazione giovanile, “sarebbe un grave errore, un errore fatale, restare in superficie e non andare in fondo; pensare in termini di contingenza, invece che di sviluppo storico. Tocca alle forze politiche ed allo Stato creare in modo intelligente e rispettoso i canali attraverso i quali la domanda sociale ed anche la protesta possano giungere ad uno sbocco positivo, ad una società rinnovata, ad un più alto equilibrio sociale e politico.”

“Il potere, affermava in relazione al messaggio giovanile ed operaio, si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la radice umana e si pone come un limite invalicabile le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme di vita comunitaria.”

Ha vissuto i problemi della Puglia agricola e bracciantile fino alla industrializzazione e alla rilevante trasformazione della sua economia. La Puglia del dopoguerra presentava una forte incidenza del bracciantato agricolo nelle zone del latifondo con punte elevate di emigrazione dei “cafoni” dalla Puglia al triangolo industriale del nord e all’estero: con forti tensioni delle tabacchine leccesi, dei “terrazzani” foggiani. Sostenne l’intervento straordinario dello Stato con la Cassa del Mezzogiorno e con la riforma agraria per assegnare la terra ai contadini e sviluppare la cooperazione dei prodotti agroalimentari con gli ex braccianti protagonisti; propose l’industrializzazione del triangolo Taranto, Brindisi, Bari con la formazione delle zone industriali.

Le masse contadine della Murgia lo seguivano nei numerosi incontri che aveva nei Comuni: queste piazze forse non percepivano interamente il suo disegno politico ma lo seguivano. Lo percepivano come uno statista che conosceva i loro problemi, le loro ansie, i loro sogni e le loro tensioni  ma Moro ispirava loro fiducia. Capivano le sue intenzioni e il segno della sua azione riformatrice.

Moro credeva nella laicità della politica. Da Segretario della DC, prima da Presidente del gruppo dei deputati d.c. ha sempre sostenuto che compito della politica è trasformare le molteplici proposte sociali in attuabili, giuste e umane decisioni politiche. Nella sua attività si percepiva la tensione a leggere il mutamento della storia ad andare oltre la superficie delle cose e riflettere per fare emergere i movimenti profondi della società, i problemi veri degli uomini e delle comunità. Moro ha incarnato i valori della tolleranza, della mediazione, dell’unità, di un profondo senso della responsabilità e del dialogo fra le forze politiche.

E’ stato l’artefice del centrosinistra, della terza fase, delle convergenze parallele, della strategia dell’attenzione, della solidarietà nazionale. Attento ai mutamenti dell’allora PCI e ai consensi elettorali che quel partito conseguiva. Era cosciente della diversità politica e programmatica del PCI ma attento alla presenza che quel partito aveva nella vita sociale e politica del Paese, ma restava un partito di opposizione; la più grande opposizione popolare nel senso che portava avanti aspirazioni popolari.

L’attenzione ai nuovi fermenti, al dialogo politico, alle ansie di libertà vale per la pace fra gli uomini come per la pace tra i popoli. Moro era attento alle richieste dei popoli dei Paesi del Terzo mondo e alle ansie delle nuove forze per il mantenimento della distensione internazionale. Questo è stato costante impegno nella sua lunga e complessa attività svolta in politica estera: sostenere il dialogo con i paesi dell’est e con le nazioni a sud del mondo, per il rafforzamento della pace e della sicurezza. All’assemblea delle Nazioni Unite affermava che “ogni Stato membro ha diritto all’indipendenza politica, all’integrità territoriale e alle protezione dalle minacce e dell’uso della forza”.

L’ispirazione cristiana è stata sempre la bussola della sua azione politica. Moro metteva al centro la persona umana ritenendo che compito prioritario della politica fosse l’emancipazione delle classi meno abbienti, convinto che non si ha liberazione senza libertà e senza una regola di libertà. Non amava sbandierare la fede come titolo di accredito come spesso si faceva e si fa ancora ricorso”.