La libertà di stampa in Italia, quale futuro?

Il caso “Virus” riletto alla luce della strage delle televisioni locali e delle manovre finanziarie
tra i grandi editori: Mediaset, Cairo, Vivendi, Telecom, RCS, l’Espresso, Itedi

libertà-di-stampa-450x445Ufficialmente è anzitutto un problema di audience. “Virus”, secondo la direttrice di Raidue Ilaria Dallatana, aveva «ascolti medi intorno al 4%» (Corriere della sera, 20 maggio, p. 23). Secondo la presidente della Rai, Monica Maggioni, invece, a questo si aggiunge un altro problema: la «necessità di un racconto più complesso e più articolato di quel che si può trovare in uno studio dove ci si dà sulla voce» (la Repubblica, 20 maggio, p. 23). Per queste due ragioni, dunque, il programma della seconda rete Rai condotto da Nicola Porro avrebbe subito una brusca interruzione. La stessa sorte, però, non è toccata a “Ballarò”, che ha ascolti non molto più esaltanti e che ha lo stesso format del talk show. Quanto l’intervistatrice del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari fa notare questa differenza alla Presidente della Rai, ottiene una risposta evasiva: «Non voglio entrare nelle dinamiche delle singole reti e nel racconto dei singoli programmi» (ibidem).

Porro, invece, ha le idee chiare e per nulla coincidenti con quelle della sua ex direttrice e della sua ex presidente: «Mi hanno fatto fuori. Non si chiude una trasmissione proprio ora, prima del 23 giugno, una data nodale per chi ne capisce di politica interna e internazionale tra referendum inglesi per la Brexit e ballottaggi delle amministrative italiane». Inoltre l’epurato aggiunge: «Il programma […] ha sempre guadagnato rispetto all’anno precedente, siamo arrivati a un milione e centomila persone, e costava 45mila euro a puntata, metà se non un terzo degli altri talk di approfondimento». Le sue parole rimbalzano, come macigni, dalle colonne de il Giornale (20 maggio, p. 10), di cui Porro è vicedirettore, anche perché lui un sospetto ce l’ha ben chiaro nella sua testa e non lo nasconde a chi glielo chiede: «Lo ha deciso Campo Dall’Orto, che è stato nominato da Renzi non da Babbo Natale».

C’è chi, come Alessandro Sallusti, considera il caso «Virus” come uno degli anelli della catena della «normalizzazione renziana»: «Floris fu cacciato da Ballarò perché antipatico al premier nascente. Giannini, suo successore, andrà a casa per lo stesso motivo. Bruno Vespa è da tempo nel mirino e già si parla di un suo ridimensionamento» (il Giornale, 19 maggio, p. 1).

Considerando, poi, le grandi manovre finanziarie-editoriali (Telecom-Vivendi, Vivendi-Mediaset, Mediaset-Cairo, Cairo-RCS e Gruppo editoriale l’Espresso-Itedi, editrice de La Stampa e de Il Secolo XIX) e la strage di emittenti televisive locali causata (soprattutto in Puglia, come si evince dal comunicato stampa del 27 aprile di Gianni Tanzariello, delegato per le regioni Puglia e Basilicata dell’Associazione Radiotelevisioni Europee Associate) dalla crisi, ma anche dal caos normativo, la prospettiva sul reale rispetto dell’articolo 21 della nostra Costituzione non appare certo confortante.

libertàSicuramente qualche problema di pluralismo nel nostro Paese c’è, se nell’ultimo rapporto di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa l’Italia «si classifica soltanto al 77° posto su 180, scendendo di ben 4 scalini rispetto al 2015. Peggio di noi, nell’Unione europea, c’è solo la Grecia. Meglio di noi, invece, spiccano molti Stati meno sviluppati di noi economicamente, come il Ghana (26°), il Burkina Faso (42°), Haiti (53°), la Serbia (59°), il Senegal (65°), la Tanzania (71°) o il Nicaragua (75°)» (Corriere della sera, 3 maggio 2016).
E pensare che il 16 aprile scorso, nel corso di un seminario dal titolo “Je suis Charlie, il difficile rapporto fra diritto di cronaca, di satira e libertà religiosa”, che si è svolto presso il Tribunale di Bari, è emerso un quasi unanime ostracismo verso ogni forma di censura, persino nei confronti di espressioni di pensiero blasfeme, come quelle del settimanale satirico parigino. Nessuna voce, invece, si leva contro il bavaglio che vuol soffocare il pensiero (talvolta strumentale e in molti casi non condivisibile) in dissenso dal renzianamente corretto.

Il problema non è difendere l’amico o chi la pensa allo stesso modo, ma difendere uno dei pilastri della nostra Costituzione e della nostra civiltà: la libertà. Anche la libertà di affermare sciocchezze.

La scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall attribuì a Voltaire la frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». In realtà François-Marie Arouet non ha mai scritto né detto questa frase. E neppure è morto per difendere la libertà altrui. Lo ha fatto qualcun altro, molti secoli prima di lui: un tale Yeshua, nato a Bethlehem da genitori nazareni e morto a Jerusalem circa 2000 anni fa.

Per questo, da cittadini e – per chi lo è – da cristiani, non possiamo restare in silenzio dinanzi a chi vuole imporre il silenzio al dissenso.

Stefano Campanella – direttore Corsivo 2.0