Le Riforme Costituzionali. I contributi di Giusi Servodio e Pasquale Leccese

L’Agenzia Giornalistica Corsivo 2.0 apre un confronto sui temi delle Riforme Costituzionali avviate dal Parlamento italiano con il ” Taglio dei Parlamentari”.

Ospita i contributi dell’on. Giusi Servodio e del prof. Pasquale Leccese ed è disponibile a pubblicare ulteriori altri interventi per contribuire ad un fertile dibattito che dovrà seguire, in modo particolare, le proposte sulla nuova Legge elettorale.

I suddetti interventi possono essere inviati a info@corsivo20.it.

Un sussulto di orgoglio democratico di Giusi Servodio

La Riforma Costituzionale del taglio del numero dei Parlamentari si configura come un processo rovesciato. E’ infatti necessaria una riforma del Parlamento che superi la lentezza e la farraginosità del processo legislativo. Ma, rispetto a tale esigenza, il “taglio “ dei seggi si manifesta come un intervento insufficiente e financo pericoloso,in assenza di riforme di sistema che incidano sul superamento del bicameralismo perfetto, sul riequilibrio nei rapporti tra il Governo e il Parlamento, sull’approvazione di una nuova legge elettorale,sulla riforma dei regolamenti parlamentari e sulla riorganizzazione delle competenze regionali.

Tagliare il numero dei Parlamentari non avendo avviato questi processi, di fatto non cambierà nulla. Riformare i numeri e non le funzioni è una ipocrisia. I cittadini chiedono risposte efficaci e quindi, se non si incide sul funzionamento reale delle Istituzioni, si riproporranno gli stessi problemi. Si tratta soltanto di una “bandierina” sventolata da una classe politica, che anziché concorrere alla formazione di una corretta e informata opinione pubblica,ne insegue l’emotività, non interpretando le legittime aspettative dei cittadini a disporre di Istituzioni funzionali e funzionanti.

Blandire o peggio cavalcare l’antipolitica è una operazione devastante: cominciare dalla “coda” del processo riformatore anziché dal principio, configura un intervento demagogico, mettendo in non cale le attese dei cittadini, che rischiano di essere strumentalizzati a fini elettorali e non compresi nelle istanze di una Democrazia che riduca il divario di rappresentanza tra gli eletti e gli elettori, nonché di una Democrazia con una effettiva capacità di poter operare e governare.

Le espressioni quali “ il taglio delle poltrone” , “ la riduzione della casta” e dei “ privilegi” confermano che lo spirito che ha animato l’approvazione di questa riforma è fortemente influenzato dall’idea che la democrazia rappresentativa non ha più valore e che può essere sostituita con una “pseudo democrazia diretta”.

Il partito democratico avrebbe dovuto nel momento di formazione della maggioranza di Governo chiedere al MoVimento 5 Stelle più chiarezza, concordando nel merito l’intero percorso di riforme istituzionali e costituzionali, rispetto al quale il taglio dei Parlamentari è l’ultimo passaggio. Una riforma al buio, priva di chiare scelte sui temi della rappresentanza e della governabilità, un pasticcio che lascia aperte molte altre questioni sulle quali le forze politiche di maggioranza e di opposizione evitano il confronto, una narrazione fatta all’opinione pubblica per non perdere consenso.

La stabilità del Governo è certamente importante in questo momento di difficoltà del Paese ed è comprensibile la lealtà alla maggioranza, ma in questa maggioranza i protagonisti devono operare nel rispetto e nella coerenza delle proprie idee, valori e cultura politica che non possono essere svenduti.

Rassegnare queste preoccupazioni di fronte al becero trionfalismo di taluni, significa sollecitare la responsabilità di chi è chiamato ad interpretare l’alleanza di Governo, sì da renderla da “forzosa” a “virtuosa”.

Elogio dell’imperfezione di Pasquale Leccese

La riduzione di 345 parlamentari nelle Camere della Repubblica è un dato quantitativo, che non garantisce alcuna qualità.

Non garantisce il metodo della selezione dei parlamentari, non è garanzia della preparazione politica, della competenza tecnica e della credibilità etica di Deputati e Senatori, non assicura l’efficienza dei lavori parlamentari, non qualifica e amplia il risparmio della spesa pubblica (rappresentando solo lo 0,01% del bilancio statale), né eleva l’organicità e il coordinamento dell’azione delle due Camere, non intacca la semplificazione del sistema istituzionale, né quindi il rapporto tra Governo e Parlamento, né tantomeno tocca il rapporto tra sistema centrale, regioni e autonomie locali.

Un cambiamento (non una riforma), quindi, che non serve a nulla? E non serve a nessuno?

Anzi che potrebbe essere dannosa? E dannosa per chi?

Per i parlamentari che non saranno più eletti? Per i cittadini che dovranno interloquire con maggiore difficoltà con i loro rappresentanti (che dovranno rispondere ad un bacino di elettori maggiore e, quindi, più disperso, meno raggiungibile e, soprattutto, con una minore capacità di interlocuzione diretta)? Dannosa per la soluzione dei problemi che avranno bisogno di maggior tempo per essere affrontati e risolti? Dannosa perché il ceto politico dovrà fare sempre più ricorso al ceto tecnico, saltando così il passaggio del rapporto con i corpi intermedi (famiglie, associazioni, sindacati, partiti)?

Tutte domande legittime, ma che potrebbero ridursi ad una sola: questo cambiamento agevola la Repubblica Italiana e le sue Istituzione democratiche?

Da quanto esposto emerge una risposta chiara: la riduzione quantitativa dei parlamentari non è risolutiva di alcun problema della Repubblica, delle sue Istituzioni e quindi della politica e dei cittadini. Non è risolutiva e quindi imperfetta.

Per renderla inutile, se non addirittura dannosa, dovrebbe rimanere isolata, del tutto scollegata da tutto il resto dei problemi evidenziati.

Con il vecchio governo, questi problemi sarebbero tutti stati risolti con una ulteriore semplificazione: l’elezione diretta del capo del governo.

Con il nuovo governo, si apre una fase riformatrice, “costituente” per molti aspetti non riformati dal taglio del numero dei parlamentari, che deve coinvolgere tutti i cittadini, non solo il Parlamento o le forze politiche interessate ad affrontare solo la legge elettorale o i regolamenti delle Camere).

E’ questo l’immane compito che attende il PD e tutte quelle forze democratiche che ritengono il sistema democratico basato sull’equilibrio dei poteri dello Stato e della Repubblica nata dalla Resistenza, sul valore della democrazia parlamentare, sull’efficacia ed efficienza delle Istituzioni, sulla partecipazione dei cittadini alla vita democratica nelle varie forme (e non solo sul voto elettorale o sul consenso raccolto nei sondaggi) il vero argine ad ogni tentazione autoritaria e antidemocratica che farebbe tornare indietro di un secolo la vita politica del nostro Paese.